Si fa presto a dire referendum
Da quel momento tutti i partiti, l'intero regime, odiarono i referendum. La Corte Costituzionale assicurò loro la violenza anticostituzionale necessaria per impedire che con referendum fossero aboliti dal voto popolare i Codici fascisti, il Concordato clerico-fascista o le leggi elettorali su cui si fonda la partitocrazia, che venisse riformata una amministrazione ideologica, faziosa, fallimentare della giustizia, con la sua negazione dello Stato di diritto effettuata attraverso la cosidetta "legislazione d'emergenza".
Dal 1972 i due schieramenti, quello riformatore-referendario e quello antireferendario conservatore, furono rispettivamente guidati - di fatto - dal Partito radicale e dal Partito Comunista, le due sole forze ad avere strategie politiche e non solamente di potere (e, il PCI, di sottopotere partitocratico, il PR non avendone affatto). L'odierna egemonia del PCI-PDS nel blocco sociale dominante - populista e conservatore, corporativista e illiberale - ha queste radici, lontane quanto evidenti: così come sono i suoi frutti. Se invece la parola fosse stata lasciata al popolo, se per quasi due decenni non si fosse verificato un continuo "golpe" (o effettivi "colpi di Stato", come Francesco Cossiga ha definito comportamenti del genere), la storia italiana sarebbe stata "radicale", e non partitocratica.
Oggi, di nuovo, eccoci di fronte a questo drammatico, immenso scontro. In mezzo, ci sono i venti referendum: e questa volta si tratta di un vero e proprio progetto di radicale riforma delle istituzioni, della politica di governo, alternativa alla immensa consociazione che torna a trionfare nei Palazzi del potere, e nella società che viene loro ancora sottoposta.
Abbiamo avuto l'ardire e il rigore, l'ambizione e la fantasia, la forza sociale e politica militante per immaginare e ottenere il necessario perché il popolo italiano, 45 milioni di elettori, possano realizzare col loro voto - in 24 ore! - venti riforme, strategiche, rivoluzionanti, radicalmente antipartitocratiche, e soprattutto liberali, liberiste, libertarie. Leggeteli in filigrana, i venti referendum: vedrete subito che è il primo progetto di governo democratico e liberale, riformatore delle istituzioni e del sistema politico, che racchiude la potenzialità di un nuovo blocco sociale, alternativo e antagonista a quello che ha retto il paese, nell"arco degli ultimi ottant"anni, con i suoi poteri: quello burocratico, quello finanziario e industriale protezionista guidato dalla FIAT, e quello partitocratico che è sintesi degli altri. Progetto popolare, non certo a caso, affidato al popolo. Nel metodo e nei contenuti l"esatto opposto della politica oligarchica dei partiti.
Quattro referendum, o gruppi di referendum, hanno da soli valenza rivoluzionaria liberale: il referendum abrogativo della ritenuta alla fonte, il sostituto d'imposta; i referendum elettorali "bipartitici"; i referendum che riconducono la magistratura all'interno delle funzioni ordinarie della pubblica amministrazione. Ci sono poi i nove referendum "liberisti" sulla sanità, sulle privatizzazioni, su balzelli e proibizioni insopportabili e fallimentari. Ma molti di questi referendum offrirebbero anche, semplicemente, un'occasione unica con cui governi di ragionevole maggioranza o ragionevoli (e non "introvabili") opposizioni potrebbero fin da oggi districarsi nell'attuale pantano partitocratico-parlamentare dal quale altrimenti non usciranno se non con enormi ritardi, o mai.
Per ogni sorta di elezione lo Stato rimborsa "spese elettorali" e assicura finanziamenti pubblici, corrispondenti ai voti riportati, per intere legislature. Per i referendum, invece, niente: nessuna forma di rimborso, o anche di tutela, di sostegno. Anche quando si tratti di referendum di grandissimo momento. Se si esclude la facoltà, peraltro precaria e insufficiente, di raccogliere le firme in qualche luogo istituzionale, nessun contributo è previsto per le varie fasi delle campagne, per le attività dei Comitati Promotori, in quanto "poteri dello Stato".
Si fa presto, quindi, a dire "referendum". Ma di cosa costino in risorse umane, politiche, finanziarie nessuno parla, scrive, spiega. Per promuoverne magari solo uno (e figuriamoci venti!) occorre essere - ed avere - grande forza politica e sociale. Occorre essere democratici rigorosi e coerenti. Avere fiducia negli individui e nel popolo, nella forza delle proprie idee, proposte e convinzioni. Occorre disarmarsi come fazione per imbracciare le sole armi della Costituzione, della democrazia, della sovranità diretta del popolo. E nessuno, a parte radicali e riformatori, in Italia ha attivato la democrazia costituzionale come norma, come "normale" in Parlamento e nel Paese. Solamente grazie a radicali e riformatori si è realizzato in Italia il trittico di lotte istituzionali/elettorali, lotte referendarie, lotte nonviolente, tutte interattive e convergenti e costitutive di un soggetto politico organizzato, nuovo finalmente.
Per fare i referendum, però, occorrono risorse umane e finanziarie sconosciute ai Partiti ufficiali - grandi o piccoli, di destra, di centro o di sinistra che siano. Nelle pagine che seguono - in questo "rendiconto" agli "azionisti", a quanti cioè hanno "acquistato", finanziato, anche con una sola lira, "azioni" radicali e riformatrici - forniamo una stima del costo finanziario delle nostre sole campagne referendarie, prescindendo dal costo di tutte le altre attivita" del PR e del Movimento dei Club Pannella Riformatori, degli altri soggetti politici dell'area radicale "storica".
In prima sintesi: dal 1992 al 1996, a fronte di sottoscrizioni e iscrizioni pari ad una media di 5 miliardi 200 milioni all'anno per tutte le attività svolte, per i soli referendum abbiamo assicurato e "speso" l'equivalente di oltre 55 miliardi grazie a mezzi ed alle ore-lavoro gratuitamente forniti da circa diecimila militanti referendari. Si può e, onestamente, si deve affermare che nessuna "impresa" (politica e non) in Italia ha posto in essere un rapporto costi/ricavi, una massimizzazione di creatività e di produttività, una capitalizzazione e una "rendita" eguale o simile alla nostra.
Ai nostri "azionisti" va anche ricordato che in quest'arco di tempo si è accresciuto il "valore" di Radio Radicale e del suo Archivio, unico al mondo per i suoi connotati sociali e scientifici; di "Agorà", da molti considerata azienda leader in Italia nel settore telematico; del "Centro d'Ascolto e documentazione televisiva", ai cui servizi sono abbonati la stessa RAI-TV, la Camera, la Commmissione di Vigilanza, il Garante dell'editoria.
Questo opuscolo tenta di rievocare l'essenziale delle nostre lotte di anni; di rendere nota e visibile, attraverso immagini, la nostra vita con le sue attività: gli episodi, i colpi di mano riusciti, i successi da esercito partigiano in un territorio - l"Italia - occupato da ottant'anni di monopartitismi piu" o meno "perfetti" e "articolati" e da una sempre più pletorica nomenklatura, burocratica e corporativista, intellettualmente corrotta e corruttrice, in primo luogo illiberale e spesso (inconsapevolmente o no) antiliberale, comunque onnivora e onnipresente, impotente e solo prepotente nello scegliere (e imporre) con violenta determinazione anche i propri "antagonisti" - ieri il "terrorismo", oggi il "secessionismo" - solo per poter soffocare quelli autentici, e impedire loro di rivolgersi al paese.
Noi crediamo di poter affermare di aver sempre saputo far tesoro di quel che ci è stato dato. Crediamo di essere attrezzati a farlo anche meglio in futuro. Ma, per esser franchi e puntuali, noi, oggi, non "chiediamo". Siamo fieri della nostra onorevole tradizione di mendicità civile, pubblica, fors"anche molesta; ma, qui, confermiamo un'"offerta". Se ci raggiungeranno i cinquecento "azionisti" da almeno 15 milioni cui ci rivolgiamo; se in queste settimane, in queste ore, finché questo opuscolo sarà in distribuzione, ci giungeranno - come nel 1993 - decine di migliaia di iscrizioni, di sottoscrizioni e contributi, noi siamo pronti, determinati, forti abbastanza da poter assicurare quei "miracoli" di lotta di libertà, di giustizia, di riforme democratiche e radicali, di alternativa che possano invertire il processo di degrado se non di vera e propria putrefazione convergente e consapevole di destre, centri e sinistre.
Si fa presto a dire "referendum". Farli, è più difficile.
I grandi partiti di massa, e di potere, non ne hanno mai promossi, e men che mai fatti tenere. Eppure, da ogni parte si afferma che "i referendum" hanno marcato la storia democratica del paese, pressoché tutta. Iscritti nella Costituzione, i referendum furono negati al popolo italiano per ben 22 anni, fino al 1970. Se ne concesse l'esercizio - finalmente - quando venne approvata dal Parlamento la legge Fortuna sul divorzio: si voleva consentire al mondo clerico-moderato antidivorzista di tentar di abrogarla, a furor di popolo. Invece, grazie in primo luogo ai radicali, quello che venne abrogato fu il potere clericale, mettendo in crisi insieme alle strategie filoclericali di comunisti, laici, e missini.
Il solo Partito Comunista e il mondo da esso egemonizzato osarono combattere, nel Paese e in Parlamento, battaglie reazionarie coerenti con l'opera della Corte, quando questa non riusciva a bloccare richieste referendarie liberali e democratiche. Accadde per il finanziamento"pubblico" del sistema partitocratico, il porto d'armi, la caccia, e molti altri obiettivi di riforma referendaria.
L'impresa necessita - e in modo assoluto - di questi mezzi, di questi "spiccioli". E solo voi potete assicurarli.
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